mercoledì 4 marzo 2009

the Italian connection

Grazie alla piattaforma Ning, ho cominciato dieci giorni fa un nuovo social network. Si chiama the Italian connection (http://iloveitaly.ning.com) e vuole proporsi come il punto di discussione scambio di idee ed emozioni sulle destinazioni, lo stile di vita e la cultura italiana con un’audience internazionale. Oggi siamo oltre i 100 partecipanti, tra giornalisti, operatori del turismo e dell’indotto (cultura, designa, enogastronomia, ecc.) e semplici amanti dell’Italia da tutto il mondo.

E’ solo l’inizio, ovviamente, ma visti i commenti che mi arrivano sembrerebbe essere una conferma di quanto la nuova tecnologia può venire in aiuto alle carenze istituzionali nella promozione di quanto di straordinariamente unico il nostro Paese può offrire sia in termini di prodotto che di qualità della vita (sembra un controsenso vedendo come l’Italia sia ridotta, ma il nostro è uno stile di vita unico in tutto il mondo, che affascina e continua a farlo nonostante nessuno aiuti a farlo conoscere). Il turismo in Italia rappresenta oltre un terzo delle entrate del Paese (senza contare l’indotto) e nessuno si adopera per promuoverlo, lasciando gli operatori in balìa della concorrenza (gli altri Paesi sono molto ben organizzati…) e di notizie orride come lo scnadalo dei rifiuti a Napoli o la farsa dell’Alitalia. Risultato: in pochi anni l’Italia è scesa dal primo al 28mo posto nelle classifiche delle destinazioni più attraenti per il turismo e nel 2009 si prevedono perdite per 4,5 miliardi di euro…

Spero che chi mi legge su Nuda Verità, voglia venire a visitare the Italian connection (http://iloveitaly.ning.com) e darmi un parere su come migliorare o continuare a cercare di far comunicare il nostro mercato con quelli internazionali, perchè oggi il web 2.0 ci offre la possibilità di interagire e comunicare come mai nella storia dell’umanità era successo e questo ci permette di… influire!

mercoledì 18 febbraio 2009

Possiamo, Walter...

Mi dispiace che Veltroni si sia dimesso: lo dico da essere umano perchè è un uomo onesto, che ha dei valori e delle idee in cui crede e sopratutto che ha provato a fare qualcosa. 

Il discorso al Lingotto di Torino, celebrando la nascita del PD, aveva visione e fascino, restituiva fiducia nella possibilità di cambiare, rimetteva la gente al centro dell'agenda politica del Paese al posto degli interessi di una classe di esso. Perfetto anche il riferimento e l'ispirazione ad Obama, espliciti sin dalla traduzione dello slogan in italiano: tuttavia Yes We Can non si traduce in Si Può Fare. Lo traduce così chi non ha capito che la forza di quello slogan non è nel "fare", ma nel "noi" . Yes WE can. Regola numero uno: coinvolgere. In un progetto, cosi come in un'idea la partecipazione è condizione necessaria...
E' vero la vidi dal punto di vista del comunicatore: dopo una vita passata a comunicare, questo errore mi saltò agli occhi subito, ma tale e tanta era la voglia di cambiare che guardai oltre.  
Uscire dalle ideologie, mantenendo gli ideali. Grande concetto: anche questo parte del programma di Obama, che vuole unire nella (ri)costruzione della società in cui viviamo dopo il crollo del capitalismo, dell'economia lineare liberista, dell'era della velocità. Questo è possibile se si aggrega, raggiungendo il consenso più ampio, quello popolare per primo e per fare questo bisogna proporre scelte. Il PD invece si è subito diviso tra scegliere se scendere in piazza con la CGIL o firmare con la CISL e invece di esprimere ideali chiari e condivisi tra il popolo progressista italiano, si è diviso su tutto, come nella tragica disputa del caso Englaro.
Innaffiata dall'autodistruzione, il fuoco si è spento.
Da cittadino infatti non mi dispiace che Veltroni si sia dimesso. Non so se non abbia avuto tempo, se fosse pronto o meno, ma il PD sotto la sua guida è arrivato oggi al punto da rischiare di sparire. Già li sento i Divisori: il sistema proporzionale, piuttosto che quello misto... e tutti per conto proprio e contro tutti... 
Il rischio di cancrena è serio e non è perdonabile a chi guida un'idea di farla fallire così... senza provarci. 
Per quello che mi riguarda, credo che la situazione sia positiva, perchè proprio adesso che rischia veramente la catastrofe, ho "tanta voglia di PD" (come diceva oggi anche il mio amico Romolo Guasco su Facebook). 
Se ripartiamo da noi, fuori dalle ideologie, agevolando la coscienza collettiva che ci unisce, nel rispetto della società che vogliamo, come hanno fatto gli italiani che sono vissuti prima di noi, possiamo costruire in futuro una società più giusta.
Possiamo, Walter...

venerdì 6 febbraio 2009

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domenica 25 gennaio 2009

La grande lezione di Marketing

Vi propongo un articolo del 7 novembre, subito dop le elezioni, che leggo adesso, a firma Luigi Ferri su LineaEDP (http://www.lineaedppmi.it/).

Anche qui Obama? Certo, ma non stiamo parlando del nuovo presidente degli Stati Uniti,bensì dell'uomo marketing dell'anno come lo ha nominato la rivista Advertising Age (ha vinto in ottobre con il 36% dei voti contro il 27% di Apple), una delle principali testate americane in fatto di marketing. 
La storia del senatore afroamericano che, secondo le prime indagini, dovrebbe portare a un 8% di incremento dei consumi natalizi (ma il buon McCain avrebbe comunque raggiunto il 5%) è infatti anche una storia di marketing con un eccellente utilizzo delle nuove tecnologie. 

Anche per questo l'altra mattina allo Iab Forum di Milano,dove si è radunato il mondo della comunicazione digitale, era tutto un fiorire di “Yes, we can” e di riferimenti al successo del candidato democratico. 
Politica a parte, questa storia finirà sui manuali di marketing anche se Obama dovesse per caso diventare il peggior presidente della storia degli Usa. Perché lui e il suo staff hanno molto da insegnare ai board delle corporation come alle piccole aziende. 

Partiamo dall'analisi di Advertising Age che la faccenda la mette in questi termini. 
C'è un tizio relativamente poco conosciuto. Più giovane del suo rivale. Nero. Con un nome che suona male (Obama-Osama). Considerate il primo avversario: la donna più conosciuta d'America, moglie di uno degli uomini politici più di successo degli ultimo anni. Considerate il secondo avversario: un americano bianco molto popolare, eroe di guerra, da lungo tempo senatore. Messa così non c'è storia, eppure ha vinto Obama grazie anche a una migliore strategia di marketing. 

E' vero, di mezzo c'è anche un presidente che se ne va a casa con un indice di gradimento del 24%, la crisi economica e anche l'uragano Katrina che in molti negli Usa non hanno dimenticato. Però la campagna era contro Hillary Clinton e poi contro McCain e solo il secondo aveva un legame con il Geroge W. Bush. 

Obama ha parlato di change, cambiamento, e su questo terreno ha portato a giocare la partita i suoi avversari. Hillary Clinton è partita parlando di esperienza, cambiando poi altre due volte di fronte alle vittorie di Obama. Oggi nessuno ricorda più i suoi slogan. McCain, invece, era l'eroe di guerra che troppo tardi ha sfornato Country first. Ma era uno sologan con poca presa presso l'elettore medio Tutti e due, però, hanno detto che avrebbero potuto cambiare (change) meglio di Obama. E intanto non si accorgevano di giocare sul suo terreno. Nel marketing la sola cosa che funziona, sentenzia Advertising Age, è different. 

In più, ci aggiungiamo quel “Yes, we can”, un'ammissione di debolezza iniziale (siamo poveri e un po' sfigati) che è diventata la sua forza. Il sogno americano all'ennesima potenza. Quando oltre il il 70% della popolazione pensava che il Paese stava andando nella direzione sbagliata Obama ha sfornato “change”. Come mai Bill Clinton non ci ha pensato? Il problema è che nei board delle corporation non si cerca la semplicità, ma la pensata “intelligente”. Come se le due cose non potessero coesistere. Obama così è diventato il “change” nella testa delle persone. Un po' come il Walkman di Sony che ha dato il nome a una nuova linea di prodotti. Qualsiasi altro lettore portatile per i consumatori era il Walkman. 

Obama ha portato così gli avversari a discutere di change facendogli dimenticare gli argomenti forti che avevano tutti e due come l'esperienza. Ha creato un grande social network, ha sempre usato il you, ha fatto sentire importanti i suoi elettori, li ha coinvolti, ha fatto sì che fosse facile partecipare. E ha vinto. 
"Obama ha capito il potere del passaparola online - ha spiegato a Repubblica Sree Sreenivasan, preside di Nuovi media alla Columbia University -. Al tempo di Internet un prodotto, sia esso un candidato o un nuovo gusto di Coca-Cola deve stare dentro una "conversazione". 
In un luogo virtuale dove non solo si possa vedere, ma anche segnalare ad altre persone, raccomandarlo. E nel sovraccarico di informazioni in cui viviamo mi fido molto più del giudizio degli amici che di quello di sconosciuti professionisti".
Ricordate? I mercati sono conversazioni. Ma Barack Obama non ha vinto solo per questo. Con il suo staff ha utilizzato al massimo livello le possibilità offerte da Internet. Non vogliamo rifilarvi la solfa del candidato della rete, già fin troppo abusata e in parte falsa, ma il sito www.mybarackobama.com (che affianca www.barackobama.com, quello principale) ha registrato oltre 1,5 milioni di account (persone che si sono iscritte), attraverso il sito sono stato organizzati oltre 150.000 eventi, è stata realizzata un'applicazione per l'i-Phone e un'altra Per l'ipod Touch, gli invii di Sms non si contano, è stato creato un sito www.fightthesmears.com (l'anti Drudge report vicino ai repubblicani) per smentire le tante voci malevole che giravano su Obama e ideato un sistema a punti per valutare i volontari. Chi si impegnava di più aveva più punti e diventava un obiettivo da raggiungere per gli altri. Grazie anche a questo sistema durante l'election day per le primarie i volontari fecero un milione di telefonate per sollecitare il voto e su Youtube sono stati caricati i video di Obama e quelli dove gli avversari facevano qualche gaffe. Infine, per la prima volta, ha annunciato via Sms in anticipo ai suoi sostenitori il nome del vicepresidente Joe Biden.

Non è un caso che dietro la campagna dell'ex senatore dell'Illinois c'è anche Chris Hughes uno dei fondatori di Facebook. Forse anche per questo Obama ha raccolto oltre 600 milioni di dollari buona parte dei quali tramite Internet con oltre tre milioni di persone che hanno inviato soldi spesso anche piccole somme. Ricordate la coda lunga? Simon Rosenberg, veterano della prima campagna di Bill Clinton ha detto "Paragonata alla nostra campagna del 1992 questa sembra una multinazionale contro un'associazione no-profit". E il bello è che il povero McCain è stato il primo a utilizzare i banner in una campagna elettorale. E' successo nel 1999 quando il senatore repubblicano fu stritolato dal giovane Bush nelle primarie.

C'è dell'altro? Sì. Obama in pubblicità televisiva ha speso dal 1° gennaio 2007 al 29 ottobre 2009 293 milioni di dollari. McCain ne ha spesi 132. Perché la forza della Tv è ancora enorme anche se, soprattutto negli Usa, ha subito duri colpi a Internet. Ma Obama ha speso soldi ovunque dai grandi network alle piccole tv via cavo. Per parlare alla casalinga di Voghera locale bisognava farlo. Ma per parlare con altri target la rete andava benissimo. 
Oggi funziona così per Obama e per le aziende. 
Internet fa parte del marketing mix.

martedì 20 gennaio 2009

IL DISCORSO INAUGURALE DI OBAMA

My fellow citizens:

I stand here today humbled by the task before us, grateful for the trust you have bestowed, mindful of the sacrifices borne by our ancestors. I thank President Bush for his service to our nation, as well as the generosity and cooperation he has shown throughout this transition.

Forty-four Americans have now taken the presidential oath. The words have been spoken during rising tides of prosperity and the still waters of peace. Yet, every so often, the oath is taken amidst gathering clouds and raging storms. At these moments, America has carried on not simply because of the skill or vision of those in high office, but because We the People have remained faithful to the ideals of our forebearers, and true to our founding documents.

So it has been. So it must be with this generation of Americans.

That we are in the midst of crisis is now well understood. Our nation is at war, against a far-reaching network of violence and hatred. Our economy is badly weakened, a consequence of greed and irresponsibility on the part of some, but also our collective failure to make hard choices and prepare the nation for a new age. Homes have been lost; jobs shed; businesses shuttered. Our health care is too costly; our schools fail too many; and each day brings further evidence that the ways we use energy strengthen our adversaries and threaten our planet.

These are the indicators of crisis, subject to data and statistics. Less measurable but no less profound is a sapping of confidence across our land -- a nagging fear that America's decline is inevitable, and that the next generation must lower its sights.

Today I say to you that the challenges we face are real. They are serious and they are many. They will not be met easily or in a short span of time. But know this, America: They will be met.

On this day, we gather because we have chosen hope over fear, unity of purpose over conflict and discord.

On this day, we come to proclaim an end to the petty grievances and false promises, the recriminations and worn-out dogmas, that for far too long have strangled our politics.

We remain a young nation, but in the words of Scripture, the time has come to set aside childish things. The time has come to reaffirm our enduring spirit; to choose our better history; to carry forward that precious gift, that noble idea, passed on from generation to generation: the God-given promise that all are equal, all are free, and all deserve a chance to pursue their full measure of happiness.

In reaffirming the greatness of our nation, we understand that greatness is never a given. It must be earned. Our journey has never been one of shortcuts or settling for less. It has not been the path for the fainthearted -- for those who prefer leisure over work, or seek only the pleasures of riches and fame. Rather, it has been the risk-takers, the doers, the makers of things -- some celebrated, but more often men and women obscure in their labor -- who have carried us up the long, rugged path toward prosperity and freedom.

For us, they packed up their few worldly possessions and traveled across oceans in search of a new life.

For us, they toiled in sweatshops and settled the West; endured the lash of the whip and plowed the hard earth.

For us, they fought and died, in places like Concord and Gettysburg; Normandy and Khe Sahn.

Time and again, these men and women struggled and sacrificed and worked till their hands were raw so that we might live a better life. They saw America as bigger than the sum of our individual ambitions; greater than all the differences of birth or wealth or faction.

This is the journey we continue today. We remain the most prosperous, powerful nation on Earth. Our workers are no less productive than when this crisis began. Our minds are no less inventive, our goods and services no less needed than they were last week or last month or last year. Our capacity remains undiminished. But our time of standing pat, of protecting narrow interests and putting off unpleasant decisions -- that time has surely passed. Starting today, we must pick ourselves up, dust ourselves off, and begin again the work of remaking America.

For everywhere we look, there is work to be done. The state of the economy calls for action, bold and swift, and we will act -- not only to create new jobs, but to lay a new foundation for growth. We will build the roads and bridges, the electric grids and digital lines that feed our commerce and bind us together. We will restore science to its rightful place, and wield technology's wonders to raise health care's quality and lower its cost. We will harness the sun and the winds and the soil to fuel our cars and run our factories. And we will transform our schools and colleges and universities to meet the demands of a new age. All this we can do. And all this we will do.

Now, there are some who question the scale of our ambitions -- who suggest that our system cannot tolerate too many big plans. Their memories are short. For they have forgotten what this country has already done; what free men and women can achieve when imagination is joined to common purpose, and necessity to courage.

What the cynics fail to understand is that the ground has shifted beneath them -- that the stale political arguments that have consumed us for so long no longer apply. The question we ask today is not whether our government is too big or too small, but whether it works -- whether it helps families find jobs at a decent wage, care they can afford, a retirement that is dignified. Where the answer is yes, we intend to move forward. Where the answer is no, programs will end. And those of us who manage the public's dollars will be held to account -- to spend wisely, reform bad habits, and do our business in the light of day -- because only then can we restore the vital trust between a people and their government.

Nor is the question before us whether the market is a force for good or ill. Its power to generate wealth and expand freedom is unmatched, but this crisis has reminded us that without a watchful eye, the market can spin out of control -- and that a nation cannot prosper long when it favors only the prosperous. The success of our economy has always depended not just on the size of our gross domestic product, but on the reach of our prosperity; on our ability to extend opportunity to every willing heart -- not out of charity, but because it is the surest route to our common good.

As for our common defense, we reject as false the choice between our safety and our ideals. Our Founding Fathers, faced with perils we can scarcely imagine, drafted a charter to assure the rule of law and the rights of man, a charter expanded by the blood of generations. Those ideals still light the world, and we will not give them up for expedience's sake. And so to all other peoples and governments who are watching today, from the grandest capitals to the small village where my father was born: Know that America is a friend of each nation and every man, woman and child who seeks a future of peace and dignity, and that we are ready to lead once more.

Recall that earlier generations faced down fascism and communism not just with missiles and tanks, but with sturdy alliances and enduring convictions. They understood that our power alone cannot protect us, nor does it entitle us to do as we please. Instead, they knew that our power grows through its prudent use; our security emanates from the justness of our cause, the force of our example, the tempering qualities of humility and restraint.

We are the keepers of this legacy. Guided by these principles once more, we can meet those new threats that demand even greater effort -- even greater cooperation and understanding between nations. We will begin to responsibly leave Iraq to its people, and forge a hard-earned peace in Afghanistan. With old friends and former foes, we will work tirelessly to lessen the nuclear threat, and roll back the specter of a warming planet. We will not apologize for our way of life, nor will we waver in its defense, and for those who seek to advance their aims by inducing terror and slaughtering innocents, we say to you now that our spirit is stronger and cannot be broken; you cannot outlast us, and we will defeat you.

For we know that our patchwork heritage is a strength, not a weakness. We are a nation of Christians and Muslims, Jews and Hindus -- and nonbelievers. We are shaped by every language and culture, drawn from every end of this Earth; and because we have tasted the bitter swill of civil war and segregation, and emerged from that dark chapter stronger and more united, we cannot help but believe that the old hatreds shall someday pass; that the lines of tribe shall soon dissolve; that as the world grows smaller, our common humanity shall reveal itself; and that America must play its role in ushering in a new era of peace.

To the Muslim world, we seek a new way forward, based on mutual interest and mutual respect. To those leaders around the globe who seek to sow conflict, or blame their society's ills on the West: Know that your people will judge you on what you can build, not what you destroy. To those who cling to power through corruption and deceit and the silencing of dissent, know that you are on the wrong side of history; but that we will extend a hand if you are willing to unclench your fist.

To the people of poor nations, we pledge to work alongside you to make your farms flourish and let clean waters flow; to nourish starved bodies and feed hungry minds. And to those nations like ours that enjoy relative plenty, we say we can no longer afford indifference to suffering outside our borders; nor can we consume the world's resources without regard to effect. For the world has changed, and we must change with it.

As we consider the road that unfolds before us, we remember with humble gratitude those brave Americans who, at this very hour, patrol far-off deserts and distant mountains. They have something to tell us today, just as the fallen heroes who lie in Arlington whisper through the ages. We honor them not only because they are guardians of our liberty, but because they embody the spirit of service; a willingness to find meaning in something greater than themselves. And yet, at this moment -- a moment that will define a generation -- it is precisely this spirit that must inhabit us all.

For as much as government can do and must do, it is ultimately the faith and determination of the American people upon which this nation relies. It is the kindness to take in a stranger when the levees break, the selflessness of workers who would rather cut their hours than see a friend lose their job which sees us through our darkest hours. It is the firefighter's courage to storm a stairway filled with smoke, but also a parent's willingness to nurture a child, that finally decides our fate.

Our challenges may be new. The instruments with which we meet them may be new. But those values upon which our success depends -- hard work and honesty, courage and fair play, tolerance and curiosity, loyalty and patriotism -- these things are old. These things are true. They have been the quiet force of progress throughout our history. What is demanded then is a return to these truths. What is required of us now is a new era of responsibility -- a recognition, on the part of every American, that we have duties to ourselves, our nation and the world; duties that we do not grudgingly accept but rather seize gladly, firm in the knowledge that there is nothing so satisfying to the spirit, so defining of our character, than giving our all to a difficult task.

This is the price and the promise of citizenship.

This is the source of our confidence -- the knowledge that God calls on us to shape an uncertain destiny.

This is the meaning of our liberty and our creed -- why men and women and children of every race and every faith can join in celebration across this magnificent Mall, and why a man whose father less than 60 years ago might not have been served at a local restaurant can now stand before you to take a most sacred oath.

So let us mark this day with remembrance, of who we are and how far we have traveled. In the year of America's birth, in the coldest of months, a small band of patriots huddled by dying campfires on the shores of an icy river. The capital was abandoned. The enemy was advancing. The snow was stained with blood. At a moment when the outcome of our revolution was most in doubt, the father of our nation ordered these words be read to the people:

"Let it be told to the future world ... that in the depth of winter, when nothing but hope and virtue could survive... that the city and the country, alarmed at one common danger, came forth to meet [it]."

America. In the face of our common dangers, in this winter of our hardship, let us remember these timeless words. With hope and virtue, let us brave once more the icy currents, and endure what storms may come. Let it be said by our children's children that when we were tested, we refused to let this journey end, that we did not turn back, nor did we falter; and with eyes fixed on the horizon and God's grace upon us, we carried forth that great gift of freedom and delivered it safely to future generations.

lunedì 19 gennaio 2009

People United for Obama

Si è costituito un nuovo gruppo (per ora solo su Facebook) a sostegno delle idee di Barack Obama. Al gruppo può aderire chiunque, costituendo un movimento internazionale ed assolutamente indipendente fatto di gente ispirata e motivata da Obama, al di sopra di ogni frontiera, che condivide spontaneamente la visione di un mondo migliore, superando ogni ideologia. Per aderire cliccate qui
Vi riporto a seguire il "manifesto" pubblicato su Facebook:

YES WE CAN too, Barack Obama. 
We can move beyond the past century's ideologies and unite to change the world we live in.
We can create a society that understands the urgency of sustainability in everything we do, make and operate, to give the environment we live in the necessary attention and the world a sustainable future.
We can forget our differences and unite beyond race and religion to make peace the pillar of our culture, and the diversity of our nature the richness of our soul as human beings.
We can create a new economy, based on this values, to give back to the people a fair and more right present and a great future.
We can put the people back into the driving seat of our society, restoring hope, showing everyday that everything can be achieved, like you have done, with passion and a vision.
We can show you that you are not only speaking to your fellow American citizens and your words have reached the heart and soul of billions of people all over the world.
We can tell you that we are watching you as you prepare to officially sign the history books, with great hope and admiration for your leadership.

giovedì 1 gennaio 2009

WECAN2

All'inizio del nuovo anno solitamente si esprime un desiderio ed io non posso che pensare allo storico insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca. 

Sono infatti fermamente convinto che Obama porterà il cambiamento che ha promesso e che tutto il mondo - non solo l'America - aspetta, perchè siamo tutti ansiosi di cambiare strada. Capiamoci: non credo che Obama sia un mago o il messia e la soluzione ai mille gravissimi problemi che affliggono l'umanità potrà arrivare solo dopo anni di perseveranza e di lotta e probabilmente non sarà possibile nei quattro anni di mandato che il neo eletto Presidente USA ha guadagnato con il voto popolare. E' tuttavia indubbio che Obama ha già iniziato un processo di cambiamento globale, proprio grazie alla sua elezione ed alla sua filosofia 
YES WE CAN è un'idea, una visione che restituisce al popolo il potere di cambiare le cose, restaurando la speranza  nella gente di poter guidare la nazione e per estensione del ragionamento, il mondo intero. Che i tempi siano maturi per questo è stato provato il 4 novembre scorso, quando gli americani sono tornati a votare in massa e sono scesi in strada aspettando un risultato elettorale che rimarrà scritto nei libri di storia.
Gli americani, bistrattati dal resto del mondo per i danni che i due mandati Bush hanno provocato a tutta l'umanità e divisi al loro interno dal collasso strutturale del sistema capitalistico su cui il Paese è fondato e dalla Grande Crisi finanziaria ed economica, hanno dato un segnale di proporzioni storiche a tutti noi. Credo fermamente che la strada sia quella mostrata dagli USA e che il mondo ha la stessa opportunità di seguirla, mentre il vecchio sistema  collassa nell'oscurità di una brutale recessione. Dobbiamo cambiare per sopravvivere e quella che ci viene offerta dal destino è un'opportunità unica di cambiare per il meglio un sistema sociale ingiusto, basato su valori ormai tramontati con lo scorso secolo, che non rispecchia più le necessità della gente, sempre più disillusa e distante dal potere. 
Obama ci ha ricordato che invece possiamo fare la differenza perchè il sistema è fondato sulle scelte che fa la gente ed è proprio dalla gente che deve venire la spinta per scardinare la casta che occupa la sala comandi di questa nave che affonda. 
Per questo la crisi gioca un ruolo positivo nel cambiamento, dando il senso pratico della necessità e dell'urgenza che abbiamo di muoverci, di far sentire la nostra voce, di superare le divisioni ridicole che ci distraggono dal mettere ordine sulle priorità delle cose che devono essere affrontate per non continuare a fare danni irreparabile alla nostra società, scivolando verso la fine.
Questo è - se possibile - ancora più vero per noi, in Italia, con le nostre peculiarità, il nostro sistema bloccato e feudale, dove un Obama non avrebbe neanche avuto l'opportunità di competere (da noi sono i partiti a scegliere, non la gente...). 
Credo fermamente nell'opportunità storica che ci si presenta di dimostrare che la gente di tutto il mondo (ed in prima fila gli italiani) vuole il cambiamento, perchè anche noi possiamo farlo: YES, WE CAN TOO.
La lotta è appena cominciata grazie all'elezione di Obama. Gli ostacoli sono tanti ed il pericolo di fallire è dietro l'angolo, ma ho visto i giovani scendere in piazza (non solo in America, ma in tutto il mondo) , smentendo le accuse di apatìa che veniva rivolta alle nuove generazioni, dimostrando di esserci e di avere un'energia ed una potenza insospettata e proprio per questo guardo al 2009 ed agli anni che verranno con ottimismo.

domenica 28 dicembre 2008

5 desideri per il 2009

- 3 giorni alla fine del 2008 e mi faccio gli auguri per il 2009.

E' stato un anno orribile, sotto tanti punti di vista, ma che ha dato certamente una svolta alla mia vita e forse per questo non lo voglio ancora condannare tra i peggiori che ho vissuto. Comunque mi aspetto dal 2009 qualcosa di meglio e se poi fosse MOLTO meglio sarei anche contento, per una questione di compensazione quanto meno. 
Io continuerò a lavorarci sul futuro, come ho sempre fatto e questa volta ho una grande tentazione a provare a farlo per me stesso (come dice un mio amico: "...l'idee nun te mancheno, bisogna vede sissòbbone..."), continuando a divertirmi, appassionarmi per quello che faccio.
Quello che vorrei che il 2009 mi portasse è:
1 - un po' di rispetto da parte del  passato, che mi consenta di chiudere la porta senza doverla sbattere
2 - che continui lo scambio di energia positiva che ricevo da persone da tutto il mondo, chè mi convince, mi da la forza, mi aiuta a pensare e a cercare di capire.
3 - il ritorno dell'amore (anche per quello che faccio).
4 - la fortuna di non fare troppi errori, nelle miserie di una crisi come quella che viviamo.
5 - tanta allegria, che senza non riesco proprio a starci...
A voi tutti che leggete Nuda Verità, vi auguro di essere felici e comunque la ricompensa per quello che siete.

giovedì 25 dicembre 2008

in tutte le lingue del mondo.. BUON NATALE

venerdì 12 dicembre 2008

IL CETRIOLO

Il GRANDISSIMO CORRADO GUZZANTI in un'altra interpretazione del Ministro Tremonti. Assolutamente da non perdere!!

IL BILANCIO DELL'ABIO

Cliccando qui sotto il logo dell'ABIO potrete avere accesso al Bilancio di questa bellissima organizzazione che ha per missione quella di aiutare i bambini in ospedale. Date uno sguardo e magari... un aiuto.

sabato 29 novembre 2008

MORIRE A MUMBAI

E' molto difficile tentare un analisi di quello che è successo a Mumbai. Mentre scrivo sembra che la battaglia sia conclusa, dopo 3 giorni di guerra e forse quasi 200 morti. 

I terroristi catturati, i video e mille atri dettagli potranno forse chiarire non solo la dinamica degli eventi, ma anche chi e perchè ha scatenato il terrore questa volta, dando la morte a centinaia di persone innocenti, in perfetto stile nazista, sparando indiscriminatamente sulla folla ignara. 
Tuttavia ci sono fatti accertati che consentono già adesso di ragionare.
Partiamo dai fatti: l'organizzazione della squadra di assassini è stata curata nei minimi dettagli. La logistica (trasporto, localizzazione ed accessibilità degli obiettivi, comunicazione e capacità di identificazione tra i membri del gruppo, ecc.) era degna di un commando militare professionale, dimostrando un addestramento durato probabilmente a lungo e quindi anche una capacità di garantire la sicurezza interna del gruppo. I corpi degli assassini uccisi e probabilmente gli interrogatori degli arrestati sembrano dimostrare la provenienza pakistana degli esecutori. Alcune conversazioni intercettate (questi usavano i blackberries!) ed i racconti dei sopravvissuti sembrerebbero riportare le motivazioni all'annosa contesa della zona del Kashmir tra India e Pakistan. Il governo indiano ha ufficialmente denunciato il Pakistan come mandante dell'azione terroristica (anche se il Pakistan ha altrettanto ufficialmente rimandato al mittente le accuse...).
Il Pakistan... ne avevo trattato un alcuni articoli in occasione della morte della Bhutto, riflettendo sulla balcanizzazione dell'area e sugli interessi che muovono a questo e sull'importanza di controllare un Paese dotato di bomba atomica. Le cose nel frattempo si erano evolute: il nuovo primo ministro succeduto a Musharraf aveva decapitato e ristrutturato il potente servizio segreto ISI nel tentativo di controllarne le mosse (vedi assassinio della Bhutto) e mosso passi concreti verso una pace con l'India, la creazione di un mercato comune, con l'appoggio della Cina. Adesso tutti gli indizi e le reazioni ufficiali indiane puntano il dito sul coinvolgimento di questo disgraziato Paese nell'attacco a Mumbai, ma che ci siano interessenze che vanno al di la del conflitto tra India e Pakistan sul Kashmir è facilmente dimostrato dalla scelta degli obiettivi.
Perchè gli alberghi, gli occidentali e tanto più il centro ebraico? Per attirare l'attenzione dei media forse, ma non posso non vedere la similitudine con gli obiettivi dichiarati di Al Qaeda.
A spingere in questa direzione sono anche gli ingenti finanziamenti che sono stati necessari per poter svolgere l'azione terroristica e la meticolosa preparazione, che tuttavia non si è svolta con la metodologia a cui ci siamo tristemente abituati (nessun kamikaze o bomba, ma guerriglia stavolta...). Al Qaeda non è infatti un gruppo, ma una galassia di gruppi indipendenti, che aderiscono in maniera più o meno diretta alla lotta, che hanno collegamenti più o meno forti e diretti con la "casa madre", ma che si prestano ad essere manipolati, agevolati e finanziati quando le loro azioni rientrano nella strategia malata del terrorismo Qaedista.
Il Pakistan è vitale nella lotta per il controllo di quella regione, che comprende l'Afganistan e l'Iran e l'India è uno dei mercati mondiale più importanti, con interessi diretti ed indiretti (vedi ruolo USA e cinese nel controllo dell'economia globale) in quello scacchiere e la lotta per sconfiggere Al Qaeda (che proprio in Pakistan sembra abbia stabilito il suo quartier generale) sta per vivere un nuovo capitolo perchè, viste le considerazioni fatte, i morti di Mumbai, non sono stati assassinati solo per il Kashmir.

giovedì 27 novembre 2008

LA PALIN ED IL TACCHINO DI THANKSGIVING

La Palin si fa riprendere davanti ad un massacro di tacchini per il Thanksgiving... Vedrete, tra un po' organizzerà una crocefissione pubblica di un attivista di Greenpeace per la Pasqua.
Questa è la minaccia che incombeva su tutti noi se avesse vinto Mc Cain.

TRANSCOMUNISMO


martedì 25 novembre 2008

La vittoria del tiranno Chavez

Chi segue Nuda Verità da qualche tempo sa che seguo con grande attenzione quello che succede in Venezuela con il Presidente Chavez. 

Quante discussioni ha generato il mio interesse e quante volte mi sono trovato a prendere posizione per difendere l'operato di un uomo che è riuscito quantomeno a dare una svolta positiva alla tradizione coloniale di quel Paese. Non nascondo che la personalità di Chavez può far storcere il nasino ai più salottieri o agli scettici per natura, agli osservatori "neutrali" che seppur interessati si formano un opinione superficiale. Ho discusso con venezuelani pro e contro la politica della Repubblica Bolivarista del Venezuela e continuo imperterrito ad osservare ed a riportare i  fatti.
Nei giorni scorsi, oltre 17 milioni di persone sono state chiamate a eleggere 22 governatori, 328 sindaci e centinaia di consiglieri regionali e municipali e Chavez ha vinto ancora una volta. Il Partito Socialista Unico Venezuelano (Psuv) ha vinto assicurandosi 17 governatori su 22, ma l'opposizione avanza guadagnando uno stato oltre ai due che già controllava (il risultato dei due stati rimanenti è ancora incerto).
In particolare, la coalizione di opposizione ha confermato la guida dello Stato nord-occidentale di Zulia, il più ricco e popoloso del Paese, e dello Stato di Miranda, nel centro del Paese, il secondo con più abitanti, ma soprattutto ha strappato al Psuv la zona metropolitana di Caracas e lo stesso comune della capitale.
"Il popolo, che ha votato per i candidati della rivoluzione o per altri, ha dimostrato che noi godiamo qui di un sistema democratico e che noi rispettiamo le sue decisioni" ha dichiarato Chavez. "Vorrei ricordare a tutti coloro che insistono a chiamarmi tiranno - ha aggiunto - che un anno fa il 'tiranno Chavez' ha perso un referendum per meno di 10 mila voti. E sono stato il primo a riconoscere di aver perso e a essermi congratulato con i vincitori".
A detta degli ossservatori internazionali la regolarità delle elezioni non è in discussione. Un unico episodio degno di nota riguarda le minacce dello stesso Chavez a Manuel Rosales, suo avversario principale nelle presidenziali del 2006, attualmente sotto inchiesta per riciclaggio. Il presidente aveva affermato che se la "mafia" di Rosales avesse vinto nello Stato di Zulia, lui avrebbe mandato l'esercito (e se mi posso permettere un commento: magari facessimo anche noi così in Italia con la nostra di mafia!)
Ognuno continui a pensarla come vuole, ma il laboratorio politico aperto in Venezuela, funziona e continua ad influenzare tanti Paesi del Centro e Sud America: in piena democrazia.